mercoledì 9 agosto 2017

I leoni marini di San Diego

Dopo la visita al muro nel quartiere di San Ysidro andiamo verso San Diego, la seconda città per grandezza della California. Malgrado sia quella più a sud di tutta la costa, gode di un clima ideale, costantemente sui 22 gradi quasi tutto l’anno (un po’ fresco per i nostri gusti), tanto che i suoi abitanti, con una certa presunzione, considerano questa città la più bella di tutti gli Stati Uniti. La mattina tende ad essere avvolta nella nebbia della costa, come succede per tutte le città affacciate all’oceano, ma verso metà giornata normalmente esce il sole.
È mezzogiorno e abbiamo fame. Essendo domenica molti locali sono chiusi. Poco prima del centro troviamo un ristorante self service che per una decina di dollari ci delizia con un grande piatto di musaka, riso e verdure.
Parcheggiamo di fronte al museo marittimo ed esploriamo il centro a piedi. La parte più caratteristica è sicuramente lo storico Gaslamp Quarter, pieno di ristoranti, bar e boutique, con tantissimi giovani in giro. Poco più a nord c’è il quartiere di Little Italy, che si è trasformato in uno dei quartieri più alla moda, dove mangiare e fare shopping, più compatto e forse più carino di quello di New York, ormai ben poco italiano. Qui è famoso il ristorante “Civico 1845”, citato tra i “Top Italian Restorant“ del Gambero Rosso, gestito da tre giovani italiani originari del nostro meridione. La zona dei musei di San Diego si trova invece tutta nel bel Bilboa Park, dove il piccolo “Timken Museun of Art” (gratuito) propone alcune opere di pittori impressionisti. Al tramonto visitiamo Mission Beach, una delle tre spiagge popolari per il surf. In tutta la California le spiagge sono larghe e libere a tutti, nessun albergo le può riservare, nessuna concessione viene data ai privati. Il fronte mare è costituito da lunghi viali con ristoranti, locali e negozi di ogni genere. Una formula che si ripete un po’ su tutte le spiagge della California.
La sera andiamo a dormire nel quartiere di “La Jolla”, famoso per la sue spiagge luccicanti. L’indomani mattina raggiungiamo con fatica la spiaggia per il traffico. Rimaniamo sorpresi quando sulle rocce a ridosso della battigia troviamo numerosi esemplari di leoni marini, per nulla impauriti dai numerosi turisti che li stanno guardando. Anni fa avevamo visto questi animali sulla Big Sur, poco prima di San Francisco, non ci aspettavamo proprio di trovarli anche qui, in mezzo alla confusione di La Jolla così contenti di farsi fotografare. 
Finora percorsi con l'auto 6.000 km (3.750 miglia) da Denver.

I leoni marini sulla spiaggia "La Jolla" di San Diego

Sembra dormire, in realtà sta amoreggiando
con una femmina nascosta tra le pietre
Com'è bello farsi fotografare!

Ogni tanto qualcuno alza la testa...ma che fatica!

Il lungomare della "Mission" una delle tre spiagge gemelle,
le spiagge sono larghe e libere a tutti,
nessuna concessione esclusiva ad alberghi 

I locali colorati antistanti la spiaggia di "Mission"

Il quartiere commerciale di San Diego
visto dal lungomare

Lo storico quartiere di "Gaslam Quarter"
pieno di locali e boutique..e di vita

Molti locali offrono birra di produzione locale

La sedia per intere famiglie in "Little Italy",
quartiere rinomato della città

La nuova Fiat 500 è l'unico modello italiano che
si incontra frequentemente negli Stati Uniti,
quasi tutte acquistate da italiani nostalgici,
nessun americano comprerebbe un'auto così piccola.


lunedì 7 agosto 2017

Il muro a San Ysidro

Partiamo dopo cena da Tucson con l’dea di guidare un po' prima di dormire, in modo da avvicinarci a San Diego, in California, che dista 630 km. Siamo stanchi e guidiamo ben poco, ci fermiamo a dormire presso un distributore poco a lato della superstrada. Avremmo potuto forse resistere fino all’uscita successiva, ma il rischio di trovare centinaia e centinaia di km di nulla, come ci era già successo, ci ha fatto desistere.
La mattina partiamo presto e percorriamo abbastanza velocemente i chilometri rimanenti. La strada è totalmente pianeggiate e il limite dei 75 miglia all’ora (118 km/h) invece dei soliti 65 permette di fare parecchia strada. La funzione “Cruiser” dell’auto, che tiene costante la velocità senza premere l’acceleratore, è essenziale nelle lunghe strade americane. Al confine tra Arizona e California il deserto del Sonora è stranamente composto da dune di sabbia alte anche parecchie decine di metri, non avevamo mai visto negli Stati Uniti un deserto così. La temperatura è sempre alta, intorno ai 100, 105 °F (38, 40 °C), ma scende velocemente avvicinandoci alla costa del Pacifico fin sotto gli 80 °F (26 °C) nei pressi di San Diego. Questa città è famosa per il suo clima ideale: 24 °C tutto l’anno.
Prima di arrivare in città decidiamo di andare nella frazione di San Ysidro, una trentina di km  più a sud, per tentare di vedere il muro tanto discusso tra Messico e Stati Uniti. Non è facile avvicinarsi al muro, ma con il navigatore offline MAPS.ME individuiamo una strada per l’International Friendship Park, proprio di fronte al mare e al muro. Per accedere al parco si pagano 5 $ per auto.
Quando siamo lì scopriamo che i muri sono due, uno nero e l’altro grigio. Corrono paralleli ad una distanza di circa 20 metri l’uno dall’altro, come due binari, in mezzo la terra di nessuno. Sulla spiaggia ci sono una trentina di piccole croci di legno che riportano delle parole di speranza, rappresentano i messicani morti durante il tentativo di attraversare il muro. Intorno ci sono dei bambini che giocano, mentre i loro genitori contemplano e fotografano il muro.
Dalla parte statunitense della spiaggia non c’è nessun edificio per chilometri, quasi ad allontanare questo problema, dalla parte messicana si trova invece la città di Tijuana, con tutte le costruzioni e le attività a ridosso del muro. La spiaggia stessa, praticamente deserta sul alto americano, pullula di bagnanti appena al di là del muro, come una Rimini d’estate.
Quando arriviamo troviamo stranamente un cancello aperto e decine di persone nella “terra di nessuno”, attaccate alla seconda barriera, che parlano con dei messicani attraverso delle grate molto fitte, mentre un soldato americano  di frontiera controlla il tutto. Scopriamo che ogni sabato e domenica, dalle 10 alle 14, il cancello viene aperto per permettere ai messicani residenti negli Stati Uniti di parlare con i loro famigliari rimasti in Messico. Una signora sta parlando con i suoi nipoti che ha conosciuto solo attraverso il muro. Solite tristi storie.
Oltre ai messicani statunitensi che parlano con i loro famigliari, nella terra di nessuno ci sono anche una ventina di ragazzi americani accompagnati da due parroci che pregano insieme ad un altro gruppo di messicani dall’altra parte della grata. Un altoparlante diffonde la messa fatta insieme, messicani e statunitensi, ma separati da un muro. Come nel caso del muro tra Israele e Palestina, anche qui sono sempre i giovani e i parroci ad essere in prima linea per la difesa dei diritti umani.


Il muro a sud di San Diego, California.

Qui si vede la doppia barriera,
quella scura sul lato messicano
e quella grigia sul lato americano.
Oltre la barriera i bagnanti sul lato Messicano

Solitudine e innocenza sul lato americano
della barriera

Enormi cancelli... sempre chiusi

Il sabato e la domenica, per qualche ora,
il cancello del lato americano viene aperto

I messicani residente negli Stati Uniti possono così
avvicinarsi alla seconda barriera e parlare
con i parenti attraverso una griglia molto fitta

Un gruppo di giovani americani
manifesta davanti al muro

L'eucarestia davanti al muro:
parroci e giovani sempre in prima fila
per i diritti dei più deboli

L'International Friendship Park,
il punto dove vengono aperti i cancelli
della prima barriera

La parte del deserto del Sonora con le dune,
al confine tra Arizona e California

domenica 6 agosto 2017

I cactus seguaro nel deserto di Tucson

L’Arizona è l’unico stato che ha nel suo territorio tutti e quattro i deserti del nord America (Moave, Sonora, Chihuahua e il grande deserto degli altipiani), ma quello che si estende maggiormente in Arizona è quello del Sonora, che arriva a coinvolgere le città di Phoenix e Tucson, rendendole torride.
In questo clima cresce un tipo di cactus particolarmente resistente al calore e alla siccità, il saguaro, noto per le sue dimensioni e per la sua longevità, può infatti raggiungere i 300 anni di vita e le prime ramificazioni compaiono solo dopo i primi settanta. Durante le piogge il saguaro è capace di assorbire fino a 300 litri di acqua gonfiando il suo tronco, per poi utilizzarla nei lunghi periodi di siccità. Gli unici due saguari presenti in Europa si trovano nel giardino botanico di Palermo e in quelli dell’isola di Minorca. L’eleganza di questa pianta ne ha fatto un’attrazione turistica molto importante per l’Arizona.
Abbiamo visto molti di questi esemplari già nel giro fatto ieri lungo la Route 88, ma quelli che si possono ammirare nel Seguaro National Park, una ventina di miglia a ovest di Tucson, sono decisamente una meraviglia. Poco dopo il Visitor Center c’è un circuito in auto su facile sterrato (Baiada Loop Drive) che si snoda per sei miglia contornato da queste magnifiche piante. Ogni tanto si scende dall’auto e si cammina tra questi particolari cactus e disegni su pietra dei nativi americani.
Non meno meraviglioso l’Arizona Sonora Desert Museum (21$ a testa) dove si può perdere più di mezza giornata tra cactus di tutti i tipi, qualche animale e una serra dove si può camminare tra piccoli colibrì che ti volano intorno.
L’unico problema di questo museo all’aperto è stato il caldo, con la temperatura che sfiorava i 40 °C.
Pochi km a sud della città si trova una tra le più importanti missioni spagnole in territorio americano. Si tratta della “Mission de san Xavier del Bac”, il più antico edificio europeo ancora in uso esistente in Arizona.  
Appena dopo il tramonto visitiamo il downtown di Tucson, ma non abbiamo trovato nulla di particolarmente interessante, a parte due o tre vie con locali. Ci stupiamo sempre di quanto presto si ceni in America.
Dopo esserci deliziati con un piatto di tonno, verdure e mezza anguria, risaliamo in auto per avvicinarci a San Diego in California. Sono 650 km, tutti di deserto, e vogliamo arrivarci in prima mattinata. 

I cactus saguaro dell'Arizona,
chiamati anche "cactus candelabro"

Ai fiori del cactus possono essere
utilizzati per fare marmellate


Possono superare i 10 metri di altezza


Disegni risalenti ai primi nativi americani


I graffiti dentro il parco naturale del saguaro


La missione spagnola risalente alla fine del 18° secolo,
è la più antica in Arizona


Un cortile della missione spagnola


Particolare dell’Arizona Sonora Desert Museum 


I rami cominciano a crescere dopo 70 anni!

L'evoluzione della struttura del saguaro
con il passare degli anni. Vive in media
dai 150 ai 200 anni, ma ci sono diversi
esemplari che arrivano a 220 anni.

giovedì 3 agosto 2017

La Route 66, Phoenix e l’Apache Trail

Lasciamo il parcheggio di Havasupai alle dieci di mattina e dedichiamo la prima giornata al lungo trasferimento verso Phoenix, fermandoci a Seligman, lungo la Route 66 per vedere i locali tappezzati di oggetti degli anni ‘60, le vecchie auto ormai arrugginite e le insegne originali.
Phoenix e Tucson sono famose per essere molto calde d’estate, un po' perché sono in mezzo al deserto, ma il motivo principale è dovuto al fatto che per raggiungerle si passa dai 2.000 metri di altitudine dall’altopiano del Colorado, fino a quasi al livello del mare. Decidiamo di arrivarci la mattina successiva e dormire nei dintorni di Sedona, che si trova ancora sopra i mille metri, tra l’altro la guida ne parla bene. Di Sedona troviamo interessante solo la strada per arrivarci, ci fermiamo a dormire a Cottonwood, poco distante.
Il giorno successivo ci alziamo presto e puntiamo su Phoenix, la quinta città degli Stati Uniti per numero di abitanti. Facciamo un giro per il centro città, dall’architettura  moderna, che ben si integra con i pochi palazzi preesistenti.
Prima di andare a Tucson decidiamo di fare l’Apache Trail (Route 88), una strada panoramica, in parte sterrata, di 200 km che si perde tra le colline di cactus a est della città, disseminata qua e là da set cinematografici e da vecchie città minerarie, come  la “Goldfield Ghost Town, del 1880, ristrutturata molto bene. Ma le sorprese non finiscono qui. All’inizio si può visitare una chiesa in legno con Elvis Presley sull’altare… un cartello indica che in questa chiesa ci si può pure sposare! Alla fine dell’Apache Trail ci sono tre grandi laghi e una diga in muratura che sembra essere la più grande del mondo tra quelle costruite in mattoni. Una stranezza del percorso è però la frazione di Tortila Flat, che conta tre case, sei abitanti, un cane, quattro gatti, otto polli e 800 cactus!
Impieghiamo tutto il pomeriggio per percorrere questa strada, anche perché il tratto sterrato è lungo, arrivando a Tucson in tarda sera.

Sia a Phoenix, che lungo la Route 88, il caldo è stato degno del suo nome, 38 °C e più. Per fortuna è un caldo secco e all’ombra non si sta male. Come in tutti i deserti l’escursione termica è significativa e la notte puoi dormire.

La Route 66 a Seligman

La Route 66 è ancora considerata
la strada madre

Intorno alla Route 66 gira un business

Phoenix con 38 °C all'ombra

Interessante l'architettura di Phoenix

Inizio della Route 88,
binario della vecchia miniera

La chiesetta di Elvis Presley

Elvis al posto dell'altare!
Qui ci si può anche sposare...

La città mineraria del 1880 ristrutturata

La diga di Roosvelt, la diga in muratura più grande del mondo

Colazione con gli amici al Mc Donald's

mercoledì 2 agosto 2017

Le meravigliose cascate di Havasupai

Siamo sempre in Arizona, siamo sempre nei dintorni del Grand Canyon, siamo sempre su quell’enorme plateau intorno ai 2.000 m di quota, lavorato e scavato dal fiume Colorado e dai suoi affluenti. Ogni escursione fatta qui comincia scendendo,  per ritornare alla partenza si risale, esattamente all’opposto di quello che avviene quando si fanno le escursioni in montagna. Questo non è trascurabile: affrontare una salita durante il ritorno, quando si è già stanchi, pesa molto di più. 
Una settantina di chilometri in linea d’aria ad ovest del South Rim e del North Rim, c’è un villaggio indiano navajo di circa 400 persone isolato e difficilissimo da raggiungere, tanto che la posta viene ancora portata a dorso di un mulo o di cavallo con diverse ore di cammino e solo per le urgenze viene utilizzato l’elicottero.
L’importanza di questo villaggio è la presenza di alcune meravigliose cascate dal color smeraldo e da tante piscine naturali dove poter fare il bagno in mezzo ad un vero e proprio paradiso terrestre.
Per limitare l’invasione dei turisti è stato posto il limite di 300 presenze al giorno con prenotazioni che si aprono a febbraio e che si esauriscono velocemente, malgrado il costo del permesso sia elevato (66$ a persona) e che sia obbligatorio almeno un pernottamento altrettanto dispendioso: noi abbiamo pagato 93$ a testa compreso del permesso e di un posto dove piantare la tenda.
Da febbraio di quest’anno è obbligatorio il pernottamento e la prenotazione e sono state vietate le escursioni in giornata, con la giustificazione  che percorrere a piedi i 16 km di andata (12 km fino al villaggio più altri 4 fino alla cascata superiore e al campeggio) più 16 km di ritorno, nella stessa giornata e sotto il sole a picco, sia troppo per chiunque.
Noi non sapevamo di tutti questi cambiamenti e ci siamo avventurati per farlo forse in giornata, come aveva fatto il nostro amico Luca anni fa, pensando che il biglietto d’ingesso si potesse prendere tranquillamente all’ingresso del paese di Supai, una volta arrivati. Ci siamo portati comunque la tenda, nel caso avessimo cambiato idea.
Già arrivare in auto al parcheggio di Havasupai Hill, dove comincia l’escursione a piedi, è un’impresa: bisogna guidare due ore da Flagsaff verso ovest e poi fare una deviazione di 100 km che sembra condurre solo in quel parcheggio. Per poter cominciare l’escursione al mattino presto ci siamo arrivati di sera, partendo dopo cena da Flagstaff, avremmo dormito in auto una volta arrivati al parcheggio come fanno tanti. Non avevamo considerato il fatto che gli ultimi 100 km di quella strada fossero sostanzialmente in mezzo al bosco con il rischio di stendere qualche cervo oppure una volpe o qualche gallo cedrone. Dopo aver visto il primo cervo dalla stazza pari a quella di un toro e con un palco di corna simili ai rami di una sequoia, abbiamo deciso di proseguire molto piano…arrivando al parcheggio alle due di notte e senza mai incontrare nessun’altra auto per tutti i 100 km! Per due ore abbiamo visto solo alberi, animali e cielo. Il parcheggio era pieno, abbiamo fortunatamente trovato un posto.
Dopo aver dormito un po' in auto partiamo alle 6.30 del mattino con tanto di tenda e 6 litri di acqua, non sapendo che sia al paese di Supai, che nel campeggio, fosse disponibile dell’acqua potabile gratuita.
L’inizio del sentiero è una discesa ripida, si parte dai 1500 metri di altitudine per arrivare ai 700 metri di Supai. Altri turisti partono con noi e molti altri li incrociamo mentre stanno tornando dal villaggio: chi è partito a mezzanotte dal campeggio camminando tutta la notte con la pila, chi alle quattro di mattina dai lodge di Supai, chi un’ora prima, chi dopo, ma tutti indistintamente distrutti.
Dopo la ripida discesa dei primi due km si comincia a camminar dentro un canyon di indubbia bellezza, accompagnati dai primi raggi del sole. Per strada ancora turisti che tornano e carovane di cavalli che fanno la spola con le provviste dal parcheggio al paese. Ad un certo punto incrociamo un indiano della riserva che ci chiede se abbiamo il permesso: noi cadiamo dalle nuvole, chiedendoci anche chi fosse questo tipo che non manifestava nessuna ufficialità. Ci spiega che il trekking non si può fare in giornata e non si può arrivare al villaggio senza prenotazione, che deve essere fatta necessariamente via mail o telefono. L’indiano era categorico e voleva che assolutamente tornassimo indietro. Ad un certo punto estrae una ricetrasmittente e comunica con qualcuno parlando di noi e del fatto che ormai siamo a metà percorso. Miracolosamente ci dice che c’è un posto tenda per la modica spesa di 93,5 dollari a testa. Sembra che si siano liberati dei posti perché qualcuno ha disdetto la prenotazione. Siamo salvi!
Arriviamo al villaggio in 5 ore, percorrendo 12 km su e giù per i sassi. Distrutti ma contenti. Al punto di controllo del villaggio paghiamo il dovuto e ci mettono una fascetta colorata al polso, tipo quella dei turisti nei resort.
Il villaggio, piccolo e polveroso, è un’oasi in mezzo al deserto, con dei cavalli nei recinti e un rumore assordante di elicotteri che fanno la spola tra il parcheggio dove eravamo e il villaggio, portando turisti, e materiali vari quasi sempre appesi ad un enorme cesto con un lungo filo.
Nel villaggio si trovano i lodge (casette in legno) ben più costosi, mentre il campeggio è 4 km più in alto, nei pressi dell’ultima cascata.
Le cascate sono veramente una meraviglia, il color azzurro dell’acqua risalta tra il verde dell’oasi e il rosso dell’arenaria. Le prime cascate sono più basse e fatte di larghe pozze, mentre le ultime due sono alte come le nostre cascate delle Marmore. Alla base formano veri e propri laghetti dove è possibile fare il bagno. Bello, proprio bello.
Facciamo il bagno anche noi e prima del buio piantiamo la tenda in riva il torrente. Questo campeggio, come quasi tutti i campeggi americani, ha un tavolo per ogni piazzola e i servizi igienici in comune, ma non c’è modo per lavarsi. Ognuno si arrangia come può. Le immondizie devono esser sempre portate a casa, non si devono, giustamente, lasciare qui.
Alle 8, appena fa buio, siamo a letto. Ci alziamo alle due di notte e smontiamo la tenda con l’aiuto della pila. Iniziamo a scendere alle 2.30. Per capire quale  fosse il sentiero giusto abbiamo sempre guardato l’impronta degli zoccoli dei cavalli sulla sabbia, esattamente come nei film.
Ogni tanto alzavamo gli occhi al cielo, sempre pieno di stelle, come ormai siamo abituati a vedere qui. Vediamo Cassiopea e poco davanti distinguiamo ad occhio nudo la Galassia di Andromeda, l’unico oggetto celeste all’infuori della nostra galassia osservabile ad occhio nudo. Ma per poterla osservare ci vogliono appunto cieli limpidi come questo. Con il buio talvolta perdiamo il sentiero, ma poi lo ritroviamo subito. Arriviamo al parcheggio dell’auto dopo le 9 di mattina, impiegando quasi sette ore per percorrere i 16 km dal campeggio all’auto, pause comprese. La salita degli ultimi due km è decisamente micidiale, non finisce mai.
In alto incrociamo vari turisti che stanno partendo per il villaggio, tra cui due ragazze italiane che hanno viaggiato tutta la notte da Page per tentare di avere il permesso direttamente qui, visto che al telefono non rispondeva nessuno. Lo stesso tipo indiano che ci aveva trovato un posto tenda la mattina prima, con loro è stato irremovibile, malgrado la nostra intercessione: senza prenotazione non si entra. Le ragazze purtroppo sono tornate indietro.
C’è andata male con la “The Wave”, ma qui siamo stati decisamente fortunati, grazie al nostro burbero “amico” indiano a cavallo.

La cascata di Havasu

La cascata Lower Navajo

La parte superiore della Lower Navaio

La cascata Mooney

Inizia il sentiero in mezzo al canyon

L'indiano al posto di controllo

La deviazione per il villlagio

Il rifornimento al villaggio con i cavalli

Il rifornimento avviene talvolata con l'elicottero

La tenda per la notte, vicino al torrente

martedì 1 agosto 2017

Il Meteor Creater lungo la Route 66

Dopo il Grand Canyon puntiamo su Flagstaff dove arriviamo in tarda serata, giusto per mangiare qualcosa al Walmart, una famosa catena di supermercati, spesso aperti 24 ore: l’unico posto, insieme al Mc Donald’s, dove si può mangiare dopo le nove di sera. Flagstaff è sostanzialmente l’ultima città di montagna (2.000 metri) prima di scendere nel grande e bollente deserto del Sonora. Piove, il monsone ci perseguita.
La nostra meta è il Meteor Crater (18$ a testa), 40 km a est della città, da non confondere con il vicino Sunset Crater, un vulcano che ha eruttato in tempi relativamente recenti riempendo tutte le sue pendici di lava nera. Il Meteor Crater è invece un enorme cratere generato da un impatto di un meteorite. Uno dei più grandi crateri al mondo di questo tipo e con un ottimo stato di conservazione della forma iniziale. Circa 50.000 anni fa un meteorite di circa 40 metri di diametro si è schiantato al suolo facendo schizzare in aria un’enorme volume di terra. Ha una profondità di 170 metri e un diametro di un chilometro e mezzo. È così grande che sulla conca ci starebbero venti campi da calcio e sulle pareti due milioni di spettatori! Pochi sono i pezzi rimasti del meteorite, il più grande, di circa mezzo metro, è esposto nella sala di ingresso…liberamente toccabile da tutti!
Nel centro visitatori ci sono anche numerosi cartelli esplicativi e un video di 10 minuti che spiega i vari casi di impatto di meteoriti.
Durante il ritorno ci fermiamo tra delle rocce rosse per fare la nostra "doccia". Devo dire che la natura ci offre spesso paesaggi naturali meravigliosi dove lavarci.
Nel tardo pomeriggio visitiamo Flagstaff, lungo la mitica Route 66. A differenza delle altre città statunitensi, possiede un centro città compatto e pieno di localini.
Mangiamo in uno dei tanti locali e partiamo subito dopo cena per avvicinarci al punto di partenza per l’escursione verso Supai, l’indomani alle 6.

Il Meteor Crater,
profondo 170 metri e largo 1,5 km

Il frammento di meteorite più grande rimasto.
Pesantissimo, fatto di nichel e ferro

Con i binocoli per osservare i particolari
del cratere

Una finestra particolare del centro visitatori
del Meteor Crater

Un momento per lavarci.
La natura sa offrire dei posti stupendi
anche per fare le cose più banali .

Un pozzo petrolifero in disuso nei pressi
del cratere, in Arizona


Una via della città di Flagstaff